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sabato

Il porco è grasso - part II-



Avevo incontrato Korentini 6 mesi fa, alla fermata dell`autobus. In quell`occasione mi aveva parlato della situazione del suo villaggio. Raccontava di un direttore-dittatore che non pagava gli stipendi degli insegnati, che rifiutava qualsiasi forma di dialogo, che usava la religione come strumento di potere, che faceva la corte alle studentesse più carine. Alla faccia dei lavoratori che, stremati dalla situazione, sembravano sul piede di guerra, decisi a saltare al di la` della scrivania e di destituire il loro capo.
Ma dopo tutto quel tempo il porco, come lo chiamava Korentini, era ancora al suo posto.
Lo invitai a sedersi sotto la tettoia del negozio e gli chiesi di spiegarmi meglio la situazione.

-Vedi, il vero problema è il tribalismo. E si tratta di un problema che riguarda tutta l`Africa. Quando all`interno di un villaggio ci sono dei conflitti, le persone non si schierano secondo le proprie idee, ma secondo l`appartenenza tribale. Certamente ci sono delle eccezioni, ma di solito e` cosi` che funziona.
Fortunatamente in Tanzania l`odio razziale non ha mai prodotto disastri come quelli del Rwanda, ma questo non significa che il problema sia assente. E` merito di Nyerere, se oggi la Tanzania è una nazione pacifica. Il Mwalimu si era impegnato per favorire l`integrazione distribuendo  equamente le terre alle  tribù e mescolando gli studenti delle scuole. Ad esempio quelli di Arusha, Babati e Singida venivano mandati nelle scuole del sud della Tanzania, Iringa, Mbeya, Mtwara e viceversa. Questo sistema ha permesso alle persone di conoscersi fin dall`età scolare riducendo cosi` i contrasti etnici. Tuttavia nessuno puo` dimenticare le propria appartenenza. Sarebbe folle pensare di cancellare le proprie radici. Il tribalismo ha diversi aspetti negativi, ma rappresenta le nostre origini.
Ma torniamo al porco. Ad esempio, per farti capire meglio, la scorsa settimana il porco e` stato convocato a Dar es Salaam per un incontro con la direzione centrale. Da quello che so, è stato rimproverato, gli è stato chiesto di rispondere di tutti i problemi del villaggio, ma lui ha fatto scena muta. Non si è giustificato, ha risposto solo con qualche non so, farò, vedremo…Ma quello che è incredibile è  che nessuno gli ha detto di andarsene ! La spiegazione, come ti ho gia` detto è il tribalismo.  Nella direzione centrale di Dar es Salaam uno dei responsabili storici appartiene alla stessa tribu` del porco. Per questo il porco verra` ammonito, rimproverato, ma non destituito.
E nel frattempo, nel villaggio le cose vanno sempre peggio. Le persone che appartengono alla stessa tribù del porco non si permetteranno mai di contraddirlo apertamente, troppo complicato. Gli insegnanti se ne stanno andando tutti, uno ad uno; consegnano la lettera di dimissione e se ne vanno il giorno stesso. Nessuno protesta apertamente, tutti preferiscono andarsene e basta . E con gli studenti la situazione sara` la stessa nel giro di poco tempo. Una scuola non puo` funzionare senza insegnati. I genitori decideranno di mandare i figli a studiare altrove…
-Maisha ni magumu, la vita e` dura, kwa heri…- mi dice Korentini alzandosi e andandosene senza finire il discorso. E quella mancanza di conclusione  mi lascia pieno di domande e incertezze. Forse perche` mi aspettavo che alla fine della nostra conversazione si arrivasse ad una soluzione, un qualcosa che potesse rendere giustizia a quelle persone. Ma da quello che mi era stato detto l`unica soluzione possibile era quella di andarsene e lasciare che le cose sprofondassero totalmente.

Mi chiedevo come sarebbe andata a finire. Che cosa  sarebbe successo.

Il gestore del negozio e altri due uomini che avevano seguito la conversazione volevano dire la loro –E` vero, Korentini ha ragione. Tutti sanno come vanno le cose in quel villaggio, ma nessuno ha il coraggio di parlare. Quell`uomo e`anche un prete e suo fratello è un poliziotto ; non e` facile mettersi contro di lui !  Ma ho sentito molte chiacchere in questi giorni…Sembra che alcuni lavoratori siano veramente arrabbiati. Da molti mesi non prendono lo stipendio!!! Dicono che uno di questi giorni lo prenderanno a sassate, che gli bruceranno la casa e la macchina!!!

Quindi, riassumendo le soluzioni  erano due :
1-Evitare di affrontare il problema, andarsene.
2-L`esplosione violenta. Cioe`una sassaiola pubblica oppure un serio atto intimidatorio.

Non c`erano strade intermedie. Nessuno proponeva alternative, perche` probabilmente le cose erano sembre state risolte in quel modo, no way.
Quella chiaccherata era diventata deprimente, ma ero contento del fatto che Korentini, parlandomi del suo villaggio, mi aveva fatto capire che forse quelle erano le dinamiche del potere in molti stati africani. Più della religione e del denaro era il tribalismo il vero protagonista della vita quotidiana. E qualche volta quel fanatismo etnico raggiungeva livelli altissimi, talvolta incontrollabili. Ed ecco allora svelato uno dei perchè delle stragi a colpi di macete, delle uccisioni di massa avvenute nel continente africano. Se a questo si aggiungevano alcuni stati europei che avevano fomentato l`odio razziale appoggiando un gruppo tribale piuttosto che un altro al fine di proteggere i propri interessi economici, avevamo il quadro completo.

Per farmi passare quel gusto amaro che mi era rimasto sullo stomaco, comprai della frutta e rimasi sotto la tettoia aspettando che smettesse di piovere. Nel frattempo un gruppo di ragazzini mi raggiunse chiedendomi del denaro con una certa insistenza. - Noi vogliamo i soldi, per favore, soldi soldi soldi soldi… !- Nessuno di loro mi chiese la frutta, volevano proprio i soldi! Allora chiesi loro: - E con i soldi cosa vorreste fare?- Una risata collettiva segui` la mia domanda. Alcuni si buttavano a terra, altri si piegavano e si coprivano la faccia con le mani, non ce la facevano piu` dalle risate!!! Venne da ridere anche a me, ma non capivo la ragione di quell`esplosione d`ilarita`. Forse era perche` gli  avevo parlato in kiswahili, forse la mia pronuncia ?! No, no… semplicemente la mia domanda era stupida! I soldi servivano per qualsiasi cosa e senza soldi non si poteva fare nulla. E poi, chiedere i soldi, era quello che bisognava fare quando si incontrava un bianco, semplice e logico.
Mi feci largo tra quella piccola folla vestita di calzoncini azzuri e ripresi il mio viaggio verso Tengeru. Per circa un km sentii quelle risate raggiungermi da lontano, ma non mi sentivo preso in giro, anzi quelle esplosioni d`ilarita` mi avevano ricaricato alla grande. Perche` quella, senza dubbio, era l`Africa!

P.S.
Trascrivo una parte del finale del libro -A Wreath for Udomo- di Peter Abrahams. E’ la storia di Udomo, un giovane politico Sudafricano impegnato in un ipotetico futuro post-coloniale. Accusato di tradimento, verrà ferocemente assassinato dai suoi sostenitori della prima ora. Questo libro è stato stampato per la prima volta nel 1956.

"...You can guess the reason of his murder. They wanted to go back to the days of the tribal glory. You know there are people all around the world, withe as well as black, who are attracted to tribalism. Among other things it has securety, colour, and emotional outlets that the bleak, standardized, monotonous chromium and neon benefit of mass-production civilization lack. You know also there are many, mainly among the withes, who say that the trouble in Africa today is due to the fact that Africans have moved away from tribalism too rapidily. They are foolish people who don’t understand the true nature of tribalism. Udomo did. He worked agains it, quitely, secretely at first and then, as recent accounts of developements there shows, more badly, more openly. And he had to be hacked to pieces in true tribal fashion. But they were too late. He’d carried things too far forward for them to be able to put the clock back down. I can’t think about him without respect and admiration…”



Una sera in Africa



Jonny ne beve un altro.
Ride.
Poi si gira verso Pete, ma lui nel frattempo ha chiuso gli occhi. Allora torna da Sarah, la sua fidanzata. Brinda con lei e, facendo attenzione a non cadere a terra, cerca una sedia dove sedersi.
Sarah mi guarda.
Si e` accorta che l`ho sgamata fin da subito. E` via con la coca e adesso ci beve sopra...
Bella festa.
Gli ospiti sono arrivati ieri sera. Jonny, Sarah, Fernando, Moses e Lilian.
Mama C mi aveva mandato un sms - Habari Alessandro, sono arrivati i miei amici da Chicago. Suoniamo e facciamo festa, welcome-La casa delle pantere dista circa un km dalla mia. C`e` la luna piena e non e` difficile camminare stanotte. Invito anche Williams, lui conosce bene Charlotte e Pete visto che per due anni aveva insegnato inglese all`UAACC . Quando arriviamo la festa e` già iniziata da un pezzo. -Sorry for delay, mama- dico chiudendo il cancello dietro di me. Lei sorride e come al solito ci accoglie con calore. Poi ci accompagna fin sotto il palco e ci presenta i suoi amici. -Nice to meet you- e mi sposto subito perchè in quel punto la musica e` troppo alta. Poi Moses, che sta` suonando la batteria, molto bene devo dire, mi fa cenno di prendere la chitarra. Allora iniziamo a suonare quello che capita, improvvisiamo. Bella serata, bella festa. Pete e` ubriaco, ma almeno si siede e non fa cazzate, ascolta la musica. Jonny invece, che sembra sudamericano, ne combina di tutti i colori. Vuole divertirsi, lui. Con la sua giovane fidanzata cocainomane ha già bevuto abbastanza e sta` dando spettacolo. Mama Charlotte e` un po` imbarazzata. Il suo Pete e` cotto sulla sedia e questo Jonny troppo ubriaco rompe le palle.
Moses e` un musicista vero, mi racconta Charlotte. Dice che nei prossimi giorni vuole registrare qualche pezzo in studio. Lei e Moses e Lilian sono amici da una vita. Jonny e Fernando invece sono messicani, due vecchi amici di Pete. Sarah infine, e` la giovane fidanzata di Jonny e nessuno sembra conoscerla bene, ma e` molto carina. Williams nel frattempo si siede nel divanetto vicino al bar. Sembra a disagio, ordina una soda e beve di fretta, quasi di nascosto.
Io sono sul palco e dalla mia chitarra escono cose stranissime. Note dure e taglenti. Niente blues o rock, soltanto suoni che sanno di cemento e asfalto bagnato. L`UAACC diventa un luogo diverso, freddo, metallico e senza colore. Ma tutti sembrano gradire e uno dei ragazzi va al microfono e si mette a cantare un qualcosa che sa di hip-pop. Anche il basso e la tastiera seguono il ritmo. Dico a me stesso che quella musica non e` la mia, ma devo ammettere che suona bene e descrive perfettamente l`atmosfera di quella serata. Quello che e` straordinario e` che talvolta le note riescono a raccontare le situazioni meglio delle parole...

Ma chi sono queste persone?
Che cosa ci fanno qui, in un villaggio del nord della Tanzania tra il Meru e il KIlimanjaro?
Chi sono questi Jonny e Sarah che sembrano usciti da un film di Martin Scorsese ?
E gli altri?

Semplice, mi dico. Sono tutti … fuori posto.

Alcuni sono ubriachi, altri suonano, altri sono in fuga da una vita… Nel complesso, una grande dissonanza.
- Ma a volte le dissonanze suonano alla grande ! - diceva Fabio, il mio insegnante di musica . E finalmente comprendo il significato di quelle parole, senza il bisogno di ricordare qualche pezzo di Jimi Hendrix.
Certi musicisti riescono a suonare fuori e a rimanere dentro allo stesso tempo. Ma e` un qualcosa che richiede preparazione e capacita`.
E per alcuni e` cosi` anche nella vita. E se suona bene non farti troppe domande, vuol dire che funziona!

Moses intanto si lancia in un assolo notevole che attira anche l`attenzione di Williams - The man is very skilful!- grida dal lontano divanetto. E uno e due e tre e quattro…l`assolo non finisce del tutto, ma arriva ad un rullare di tamburi che ricorda una solenne marcia militare. Tan-ta-ta-ta-tan ta-ta-ta-tan ta-ta-ta-tan………e allora aggiungo l`ultima nota fuori posto della serata iniziando a suonare qualcosa che assomiglia all`intro di Innuendo dei Queen. Certo, non centra assolutamente niente con quello che stiamo suonando, ma funziona alla grande! Tutti gli strumenti sbottano assieme per un finale di serata piu` unico che raro. Pete riapre gli occhi e miracolosamente si alza e cammina. Jonny bacia la sua Sarah e le palpa il culo senza troppa convinzione. Moses mi guarda dicendo cool e io rispondo grande! Kamee, il tastierista come sempre non fa una piega e resta immobile. Charlotte, che come Williams non beve ed e` completamente sobria, prova a dire suoniamone un`altra! Ma improvvisamente le luci si spengono e rimaniamo al buio con gli strumenti che hanno smesso di funzionare. Non c`e` elettricita`, no power, fine della fiera.
Un sincronismo perfetto per concludere il tutto e mandare a letto gli ospiti venuti dall`America e sbronzi a sufficenza.

E` notte fonda, quando abbiamo finito di salutare tutti e possiamo tornare a casa.
La strada e` deserta e questa grande luna rende il paesaggio surreale. Il vento muove il mais ormai alto, un mare verde attraversato da un`onda lunga. Mi accorgo di avere sete, mi sono dimenticato di bere qualcosa alla festa…
-Questa luna fa molta luce- dice Williams spegnendo la sua pila.
-Vero, molta luce.
-Però, che strana quella ragazza, Sarah. Con tutto quel che ha bevuto non era ancora stanca !
-Hai ragione Williams, non era ancora stanca…

lunedì

PASTA AMOS VS MZUNGU


-E stasera a cena mangiate verdura. Non abbuffatevi, evitate la carne, non esagerate con l’ugali. E nel the non metteteci troppo zucchero. La messa è finita, amen-
Anche se mi pareva strano, apprezzai molto quei consigli alimentari alla fine della celebrazione. Mi sembrava una buona idea quella di dare informazioni abbastanza corrette a tutte quelle persone che molto probabilmente non avevano mai sentito parlare di vitamine, proteine e carboidrati.
Ma ero stanco. La messa era cominciata alle 10 del mattino e adesso erano le 4 del pomeriggio. In realtà ero uscito dalla chiesa più volte sia per mangiare qualcosa che per fare una passeggiata all`ombra di quei grandi alberi che si trovano solo in Africa; e mi ero anche portato un libro da leggere, We don`t want your white religion di un certo Bruce Britten.
No, non ero impazzito per decidere di trascorrere 6 ore dentro una chiesa afosa e strapiena di persone. Semplicemente, ero stato invitato da alcuni amici. Conoscenti più che amici, ma il punto era che molto tempo prima avevo promesso che almeno una volta (una di numero) sarei andato a messa con loro. Ogni settimana avevo trovato una scusa per non andarci, ma sapevo che non potevo sempre scamparla. Quello che mi disturbava non era la celebrazione religiosa in sè, anzi; da un lato si trattava di un`esperienza interessante. Il problema era la durata eccessiva e l`assenza di una pausa per mangiare qualcosa.
Ma adesso finalmente era finita.
Le persone uscirono e si disposero in un grande cerchio, dopo essersi strette la mano. Al centro c`erano una dozzina di capre legate agli alberi e alcune donne sedute accanto alle loro ceste. Un uomo gridava a gran voce -Sono 1000 shellini per tutti questi pomodori! Chi offre di più ? –Era in corso l`ultimo atto di quella celebrazione troppo lunga,  cioè una piccolaa asta, e il profitto delle vendite andava alla chiesa; si trattava di un modo per raccogliere fondi.

Dopo un`altra mezz'ora abbondante la gente cominciò ad andarsene così, dopo i saluti, avevo cercato di mimetizzarmi nella folla e di fuggire verso casa, ma pensare di non dare nell`occhio era stata pura presunzione.
Come fa un bianco a mimetizzarsi in mezzo ad una folla nera?!
Avevo appena afferrato la rete del cancello e messo un piede fuori dalla recinzione quando…una mano si era posata sulla mia spalla destra. Non avevo bisogno di guardare per sapere di chi si trattava: Pasta Amos
-Oh mzungu! Dio ti benedica, come va? Karibu nyumbani! -Avrei potuto andarmene, ma sapevo che quell`invito includeva anche uno spuntino (avevo fame), così accettai di andare a casa sua.
Conoscevo Amos da molto tempo. Era un pastore della chiesa pentecostale, il prototipo dell`uomo con la verità in tasca. Un rompiscatole professionista. Nella sua faccia c`era scritto: io sono migliore di te, ma sapevo che il suo atteggiamento di superiorità nascondeva una profonda debolezza. E, come se non bastasse, si ostinava a chiamarmi mzungu, fingendo di non ricordare il mio nome, altra prova della sua mediocrità. Abitava vicino alla chiesa dopo il fiume, in una bella casa circondata da banani e caffè. Da quel punto il Meru sembrava vicinissimo e il panorama era stupendo.
Entrai in casa e mi accorsi che non ero l`unico ospite. Due uomini in giacca e cravatta erano seduti sul divano, si presentarono e mi fecero posto. Dopo pochi minuti, la moglie del Pasta e ci portò un piatto con della frutta tagliata a pezzi, delle focaccie ripiene di carne chiamate sambusa e alcune coca cola da 350 ml.

Sapevo che la ragione di quell`invito non era l`amicizia o la tipica ospitalità africana. Amos voleva parlare con me di religione, farmi delle domande trabocchetto e incastrarmi, possibilmente di fronte ad un pubblico che potesse applaudirlo e sostenere le sue idee. Così, consapevole della situazione in cui mi trovavo, mangiai avidamente il cibo e intanto mi preparavo mentalmente a quella che sarebbe stata una piccola sfida.
Infatti, dopo un po`, Amos cominciò la partita.
Disse che non capiva come mai nelle chiese europee il clima fosse sempre così cupo e deprimente. Io la pensavo esattamente come lui, ma preferii incalzarlo. Così gli parlai di un libro in cui l`autore, mr. Britten, un professore dello Swaziland, spiegava che spesso gli usi e costumi venivano erroneamente considerati elementi della religione stessa. I primi a commettere questo errore erano stati i missionari europei inviati in Africa. Essi infatti assieme al cristianesimo pretendevano di diffondere anche le tradizioni europee, del tutto estranee alle realtà locali.
L`esempio che portava Britten era quello del pane confezionato in una busta di plastica. Il pane era la religione mentre la busta di plastica rappresentava il custom, gli usi e costumi. Ancora oggi, spiegava Britten, i due elementi venivano confusi. Per questo non dovevamo stupirci del fatto che il modo di pregare, cantare o celebrare in alcune nazioni potesse sembrare bizzarro. Quello che non doveva cambiare era il contenuto del messaggio cristiano. Per concludere, dissi a Amos che il modo discreto e tranquillo di celebrare le funzioni religiose in Europa era dovuto ai nostri usi e costumi.
Il pasta si raschiò la gola e poi guardò il soffitto, forse alla ricerca di un aiuto divino.
Ah ah! Avevo dato una buona risposta. Uno a zero per me.
Aspettai il contrattacco.
Amos allora si fece portare dell`acqua per lavarsi la faccia, come un pugile in attesa del secondo round.
Mugugnò qualcosa che non capii, poi dopo essersi sistemato la cravatta con un gesto di stizza, continuò dicendo che però quel clima cupo e deprimente tipico delle celebrazioni cattoliche era in netto contrasto con il messaggio del vangelo che invece doveva trasmettere speranza e gioia di vivere. Allora, anche se controvoglia, gli dissi che aveva ragione e che effettivamente la chiesa cattolica in Europa sembrava spesso medievale e fuori dal tempo, mentre in Africa quelle baracche utilizzate come chiese sprigionavano energia e vitalità.

Uno a Uno. Situazione di parità.

Mi venne allora spontaneo raccontargli che qualche tempo prima, a Dar es Salaam avevo conosciuto una giovane prostituta di nome Nikki. Lei mi aveva fatto notare che le differenze all`interno del cristianesimo erano soltanto barriere senza reale importanza. -Lei diceva che quelle differenze servivano solo ad allontanare le persone…-. Dissi per concludere.
A quel punto Amos era alle corde. Il suo bigottismo gli impediva di difendersi come avrebbe voluto.
Sapevo cosa avrebbe detto, lo stavo aspettando al varco.
E infatti disse qualcosa come- Ah, non credo che una prostituta possa permettersi di parlare di argomenti cosi importanti, piuttosto dovrebbe convertirsi…-Quello era un autogol, capii che avrei vinto. Così, cercando lo sguardo degli altri ospiti risposi- Ma anche una prostituta ha il diritto di di dire quello che pensa e poi… nel vangelo c’è scritto che Jesus in più occasioni disse che le prostitute avrebbero preceduto molti credenti, nel regno dei cieli-
Due a uno per me.
Finii la coca cola da 350 e mi gustai la vittoria.
La partita era conclusa e il Pasta era al tappeto, ma per educazione, non dimenticai di dirgli tutto quello che avevo apprezzato durante la sua celebrazione. Gli dissi che i suoi consigli alimentari mi sembravano una buona idea e che i canti che avevo ascoltato erano stupendi. Avevo registrato nel mio lettore mp3 qualche minuto di quelle esibizioni pensando che quelle voci erano la prova che il blues aveva radici africane. Certamente erano stati i neri del Missisipi a forgiare il sound che oggi tutti conosciamo, ma quel modo di cantare ora in gruppo ora lasciando spazio ad un solista ricordava il gospel delle chiese americane del 1800. E poi la coreografia fatta di braccia alzate al cielo, di colori sgargianti e di corpi in costante movimento era qualcosa che valeva la pena di vedere. Amos apprezzò il mio commento ed infine rivolse lo sguardo compiaciuto verso la sua foto 40x30cm che lo ritraeva in un primo piano esagerato, vicino al crocefisso appeso in soggiorno. Quell`esempio di mania di grandezza non mi stupiva affatto, visto che era presente nelle case di tutti i preti che avevo conosciuto in Africa .

Prima di andarmene ringraziai per il cibo che mi era stato offerto. Poi mi girai ancora verso Amos e gli dissi che mi aveva fatto piacere parlare con lui.
Ed era vero.
Amos era arrogante, presuntuoso e debole, ma per me era anche una miniera di informazioni. Parlare con lui mi aiutava a capire il ruolo della religione in quei luoghi.
Quella mattina infatti, avevo spesso pensato che tutte quelle persone ammassate in chiesa perdessero il loro tempo. Avrebbero potuto riparare la strada o la fontana del loro villaggio. E tutte quelle offerte per l`ampliamento della chiesa già esistente mi sembravano un` assurdità visto che molti di loro non possedevano quasi nulla.
Ma mi sbagliavo.
Il mio punto di vista era lontano dalla realtà Africana.
Quelle chiese non erano soltanto dei luoghi di culto, ma rappresentavano anche il momento della socialità. Era li che le persone si incontravano, facevano amicizia, passavano delle ore cantando, ballando e divertendosi. Non c`erano bar, piazze o circoli privati. C`era la chiesa e basta. Ma quella scarsezza di luoghi d`incontro non mi sembrava più un problema, anzi. Nei grandi e sconosciuti spazi africani quelle piccole costruzioni dal tetto luccicante, risaltavano più dei grattacieli delle grandi metropoli.

Salutai tutti e m`incamminai verso casa, pensando di aver trascorso una buona giornata. Attraversai il fiume e raggiunsi la strada principale, dove un camioncino sgangherato mi passò a fianco suonando il clakson e alzando una nuvola di polvere.

Poi, come un fantasma, scomparve dietro la curva.


Jesus Loves You!






In order to get a good education, I need a sponsor to continue my studies. Sono brava, tutti me lo dicono. Sono 30 per mezzora, 50 per un`ora. Perche` fai quella faccia ? Dai, bevi il tuo drink e seguimi. E Sorridi brother, Jesus loves you!


Ogni venerdi, dopo la scuola Nikki va a Kigamboni. Non so quanti anni abbia, quando glielo chiedo sorride e basta, senza rispondere. Forse ne ha 20, penso. Sembra la piu` grande tra le sue amiche che strizzano l`occhio ai turisti. Nikki mi guarda i piedi e dice- Your shoes are good my friend, can I sit here?- In realtà Nikki si è già seduta nello sgabello vicino al mio e adesso beviamo assieme sul bancone. Capisco subito in che situazione mi trovo, ma non mi va di essere scortese. E me ne frego degli altri clienti che mi guardano facendo sorrisetti o smorfie da bempensanti. Semplicemente mi va di parlare con lei. Why not? Birra tusker per me, lei continua il suo gin lemon. Indossa un vestito aderente che mette in mostra il suo bel corpo. Inizia a raccontarmi storie e a chiedermi chi sono e da dove vengo. Vorrebbe andare in Europa, lei; dice che la Tanzania è si good, ma non abbastanza. In Europa ci sono tante università e dice che avere una good education oggi è fondamentale.

–Mi piacerebbe Londra, ma vorrei visitare anche Roma. Io sono cristiana, ma non cattolica…Ma che importa, queste differenze secondo me non contano!
Soltanto Lui decidera` chi salvare e chi no.
Soltanto Lui sa veramente chi sei e conosce le tue azioni.
Lui sa cosa c`è nel profondo del tuo cuore.
Lui conosce il colore della tua anima
Un giorno Lui verrà e ti chiederà di seguirlo.
Sarai pronto…to leave everything and follow him?
E chissà casa decidera` per NOI due. Forse non ha ancora deciso e SIAMO ancora in tempo…
Si avvicina e mi sussurra qualcosa all`orecchio –[…]- Poi di scatto si alza e si mette a ballare la sua canzone preferita. Io resto a guardare come uno scemo, sedotto dalla bellezza di questa ragazza… e travolto dal suo stupefacente approccio biblico!

Are we blind – can we see?
We are one, incomplete
Are we blind – in the city?
Waiting for lightning to be saved, yeah
Cause love is noise, love is pain
Love is these blues that I’m singing again
Kigamboni e` una zona di Dar es Salaam dove ci sono le spiagge più belle, costosi resort da 100 dollari a notte, ma anche molti ristorantini e chioschi gestiti dalla popolazione locale. Per raggiungerla basta andare al porto e prendere quel traghetto che assomiglia ad un barcone della speranza; costa solo 100 shellini e in 5 minuti arriva dall`altra parte della città. Poi ci sono i dala dala che ti portano fino al kipepeo beach, la spiaggia piu` bella di Dar che non ha nulla da invidiare a Zanzibar.
Questi luoghi sono pieni di vita e di storie da raccontare.
L`odore del mare della sera si mescola con quello del nyama choma cucinato sulla griglia. In pochi attimi il sole scompare all`orizzonte e dalla moschea sale il canto del muezzin. C`è movimento oggi , ci sara` una festa sulla spiaggia. L`ambasciata olandese mi dicono, ha organizzato il tutto. E quando ci sono feste come queste, l`industria del sesso prolifera. Le ragazze iniziano a sbronzarsi alle 5 del pomeriggio e verso le 7 sono pronte per saltare sugli sgabelli dei bar e fare amicizia con i clienti. E, in questo caso il potenziale cliente da convincere…sono io!

Piacere di averti conosciuto Nikki- le dico dopo pochi minuti, esausto di quel tentativo di evangelizzazione forzata -ma io finisco la mia birra e me ne torno in città, to the other side…
-Sicuro?-mi chiede guardandomi con sguardo severo
- Bila shaka, rispondo io salutandola con un cenno
-Lakini…Utarudi lini ?
(quando torni)
-Si jui, sasa naenda, ciao…E lei torna a ballare ancora quella canzone che il dj mette a ripetizione. E per un attimo la musica mi corre dentro, stupendamente direi. Una senzazione particolare e piacevole.
Immagino…Londra, Parigi, Roma, Madrid…Nikki che cammina attraverso i luminosi centri commerciali …in a modern times
 
…SEGUIMI…BROTHER…LUI SOLO DECIDERA`…SARO` PRONTO…LA MIA ANIMA…LOVE IS NOISE … JESUS TI CHIAMERA`…LUI SAPRA`…
HEAVEN OR HELL     FOR YOU…AND ME ?
Certo, lo so che non reggo l`alcool, ma caz...! Ne ho bevuta soltanto una...

Will those feet in modern times
Walk on soles that are made in China?
Through the bright prosaic malls
And the corridors that go on and on and on

Non faccio in tempo a scendere dallo sgabello che la Nikki stà già parlando con un signore di mezza età in giacca e cravatta con una bandierina europea che gli penzola dal taschino. Lui sembra di casa e subito fa un gesto con la mano per ordinare da bere.

Il cameriere, che aveva seguito con interesse e divertimento la mia conversazione, mi raggiunge verso l`uscita e mi fa:
-Bravo bravo, non andare con quella che sennò ti prendi il virus!
Pensa che in una serata come questa una di quelle ragazze può guadagnare una cifra enorme, anche 10 volte il mio stipendio mensile. Chiamala stupida!
-Hai ragione- dico io.- Ma dimmi un po’, la gente di qui usa i profilattici?
- Non molto, direi. Quelli buoni son costosi, una confezione da tre condom costa 2-3000 sh.
Io ho un buon lavoro e guadagno circa 3000 sh al giorno. Fai il conto. Dovrei forse spendere il mio stipendio in profilattici? Che, siamo matti?E poi anche il papa dice di non usarli. Ah Ah! Avrà scoperto anche lui la storia della caramella!-
-Quale storia?- chiedo curioso.
-Anche il papa saprà che la caramella è più buona se la mangi senza la carta intorno!!! Ah Ah Ah…-

E dopo questa "storia del papa" me ne vado davvero, trascinado le mie good shoes sulla sabbia e sorseggiando la tusker. Per un attimo la Nikki si gira e mi guarda salutandomi con la mano in modo quasi beffardo. Dice Bye Bye rafiki!!! Mi manda un bacio e torna dal suo nuovo amico.

Un altro gin lemon e un altro Jesus Loves you!

Will those feet in modern times
Recognise the heavy burden
Will those feet in modern times
Pardon me for my sins?
Cause love is noise, love is pain
Love is these blues that I’m singing again

domenica

Dala-Dala (considerazioni sulla viabilità e breve storia di sacramento)






In Tanzania, sono ancora poche le persone che possono permettersi l’automobile, quindi i trasporti pubblici devono essere efficienti e alla portata di tutti.  
I dala-dala rispondono a questa necessità perchè sono abbastanza economici e arrivano dappertutto, anche nelle zone più isolate. I posti a sedere sono circa 16-20, ma questi piccoli mezzi ovali non si muovono se prima non fanno il pieno assoluto. La benzina costa, quindi bisogna far salire il maggior numero di passeggeri. Almeno 25, al massimo 30. I dala-dala di solito sono di colore bianco, con una striscia verde che attraversa la carrozzeria a livello dei fari. Nella parte anteriore c’è scritto il nome della destinazione, in modo che le gente possa individuare il bus che deve prendere.
Il condacta, così viene chiamato (dall'inglese storpiato) l’uomo che si occupa di chiedere i soldi ai passeggeri, in prossimità delle fermate, grida ripetutamente il nome della destinazione. In questo modo anche gli analfabeti sapranno dove dirigersi.
Il condacta è un personaggio abbastanza caratteristico e sembra la vedetta di una nave pirata. Viaggia sempre con metà corpo fuori dal finestrino, rientrando con una certa abilità ogni volta che bisogna aprire il portellone. Con i passeggeri deve essere deciso, a volte spietato altrimenti quelli non pagano, oppure s’inventano qualche scusa per avere uno sconto. Ma il condacta non è mica stupido! Si fa pagare in anticipo, appena la persona sale. Paghi? Ok, puoi salire. Stai frignando per uno sconto? Sali solo se quel giorno i passeggeri sono davvero pochi e bisogna rastrellare monetine.
Il dala-dala è indubbiamente il padrone delle strade tanzaniane. Ho avuto modo di osservare alcune bizzarre situazioni:
1.Se bisogna fare benzina, motore acceso
2.Se si rimane bloccati nel traffico per 15 minuti, motore acceso
3.Se ci si ferma perchè non ci sono passeggeri e bisogna aspettare molto, motore acceso
4.Se bisogna gonfiare una ruota, motore acceso e i passeggeri non vengono fatti scendere per rendere possibile l’operazione
(x)Se un pedone cerca di attraversare la strada, ecco che l’autista lo avverte con il clackson: significa non provarci.
(y)Se un pedone sta già attraversando la strada, l’autista lo insulta con un gesto: significa torna subito indietro, la prossima volta ti prendo sotto.
(z)Se un pedone ha già attraversato la strada facendo attenzione a non essere investito, l’autista scende e insegue la preda: significa adesso ti do una lezione. Diavolo, poteva essere un incidente!

La gente però più di tanto non si scompone, le cose vanno così e basta. Anche quando il condacta insiste per far salire altra gente mentre i passeggeri si stanno già schiacciando tra loro come sardine, nessuno protesta. Però ricordo che un giorno, mentre andavo ad Arusha con il dala, un anziano signore mi aveva detto: -Una volta non era così, c’era più rispetto! Un giovane non si sarebbe mai permesso di chiedermi i soldi del biglietto senza prima avermi salutato correttamente. E poi tutte quelle spinte per salire e  avere il posto, questi giovani sembrano una mandria di vacche impazzite! Una volta non era così...-

In città, nei negozi per turisti, tra i vari articoli in vendita ci sono magliette con il disegno del piccolo bus con la scritta -Sono sopravissuto al dala-dala!- Quella vignetta, non è una semplice ironia per occidentali, dice proprio la verità! E gli africani lo sanno benissimo, infatti su tutti gli autobus ci sono scritte del tipo Gesù è il migliore oppure Dio è veramente potente- Questo affidarsi al divino, non è mania religiosa, ma razionale timore di quello che potrebbe succedere in caso di incidente.
Baraka, un ragazzo di Mererani, dice che i dala dala sono pericolosi: -A volte mi capita di utilizzarli, ma ne ho paura. Non ce la faccio a rimanere seduto sapendo che alla guida ci sono quei spericolati senza patente...Vanno troppo forte e poi sono sempre troppo carichi. Basta un piccolo tamponamento e...- Dai giornali locali e dalla televisione si apprende che il numero di sinistri (e di morti) sul tratto Arusha-Moshi è altissimo. La strada è completamente dritta e asfaltata, per questo le auto corrono. Il governo allora ha deciso di intervenire mettendo sulle strade enormi dossi artificiali e molti posti di blocco. Il risultato però è che gli incidenti non sono diminuiti, in compenso i poliziotti, grazie alle bustarelle, riescono finalmente a portare a casa uno stipendio ragionevole...
Ma in fondo, è anche piacevole viaggiare sul dala-dala!
Con quei piccoli ovali bianchi si arriva dappertutto, e non importa se si sta un po’ stretti, perchè forse alla prossima fermata qualcuno scenderà e allora si starà meglio. La gente chiacchera e ascolta la bella musica che esce dall’autoradio. Dai finestrini arriva una fresca brezza che aiuta a sopportare il caldo...

Sacramento
Nel 2007, durante il mio viaggio da Arusha fino a Città del capo, di dala-dala ne ho usati parecchi, anche per tratti abbastanza lunghi. In particolare, me ne è rimasto impresso uno che mi doveva portare da Karonga a Mzuzu, nel Malawi. Ricordo che mi trovavo alla stazione in cerca di un mezzo di trasporto, quando un signore ben vestito che portava al collo una grossa croce mi aveva informato che l’autobus che dovevo prendere si chiamava Sacramento. Non ho mai saputo il motivo di quel nome e ne sono ancora curioso.
-Si, ma a che ora parte?- avevo chiesto impaziente.
-Tra un quarto d’ora- mi era stato risposto dal capo stazione per tutta la mattinata.
Colore azzurro, immagine sacra dipinta in alto a destra, parabrezza crepato in basso a sinistra,  Sacramento era li, parcheggiato davanti a me e non si muoveva di un millimetro. Quel nome mi sembrava strano, per me non era affatto un riferimento religioso, mi faceva piuttosto pensare ad un’imprecazione! Ero infatti molto spazientito; e come me, gli altri viaggiatori, stanchi di starsene seduti ad aspettare, facevano la spola tra il bar e le panchine di cemento della squallida stazione.
Alla fine, dopo ore di inutile attesa, ci venne comunicato che quel giorno, l’ormai mitico Sacramento non sarebbe mai partito. Più tardi allora, salii su un anonimo autobus indicatomi dal capo stazione e finalmente partii per Mzuzu. Quella fu una delle giornate più memorabili del mio viaggio.
E ancora oggi, ogni volta che mi capita di vedere una stazione delle corriere, mi viene in mente quel Sacramento di autobus che mi toccò aspettare tutta la mattina...

venerdì

MWIKA

Ndizi

giovedì

Dodoma





1-Mji mkuu (the capital city)
Per essere la capitale della nazione lasciava a desiderare. Arrivando con l’autobus, prima della stazione, avevo visto il bunge, cioè il parlamento. Quella costruzione dall’architettura strana era l’unica vera ragione che faceva di Dodoma una città importante; ma per il resto, non c’era un bel nulla, se non una forte brezza dall’alba fino al tramonto.
Tuttavia decisi che mi sarei fermato li qualche giorno, volevo uscire dal centro e visitare le periferie. In fondo, quella desolazione mi piaceva, la pianura di quei luoghi permetteva di guardare l’orizzonte senza capire dove si arrivava.

Mi sistemai in una guest house chiamata Kibo, poco prima del quartiere area-c. Stanze pulite, acqua calda e colazione abbondante. Rimasi stupito dalla qualità offerta da quel buco, ma ciò non era strano. Dodoma era piena di alberghetti economici di buona qualità, visto che periodicamente, quando si riuniva il parlamento, la città si riempiva fino all’ultima stanza.
Il giorno seguente, passeggiando nelle polverose strade di Dodoma, mi accorsi del gran numero di persone che usavano la bicicletta, così non ci pensai due volte e andai a noleggiarne una. In realtà non si trattò di una facile operazione in quanto l’uomo al quale mi rivolsi era molto diffidente:-Sei nuovo di qui? Non ho mai visto la tua faccia. E se ti do la bici, chi mi dice che poi me la restituisci?E se tu avessi un incidente, chi mi risarcirebbe? Ero colpito dal suo atteggiamento, ma pensai che quella fosse la prassi. E poi, chi ero io per meritare la sua fiducia? In fondo, quell’uomo stava semplicemente salvaguardando il suo piccolo business. Quando si convinse che non intendevo rubargli la bici, mi consegnò una specie di graziella nera con tanto di cambio e cestino anteriore. Prezzo pattuito: 300tzsh all’ora.

Mi diressi verso un’altura che nella mia guida era indicata come Lion Rock: una breve escusione di mezz’ora vi porterà sula cima, dove potrete godere di una vista mozzafiato.
Parcheggiai la bici presso un’abitazione privata, dopo aver chiesto il permesso al padrone di casa. Poi, percorsi un breve tratto di strada asfaltata, prima di raggiungere l’inizio del sentiero. Incontrai un gruppo di persone, così chiesi loro se sapevano il motivo del nome della montagna, Lion Rock. Nessuno seppe rispondermi, anzi mi dissero che a Dodoma non esisteva una montagna chiamata così. Loro la chiamavano mlima (montagna) e basta. Allora capii che sicuramente era stato un europeo a dargli quel nome e che quel Lion rock per gli africani non significava niente.
Un po’ deluso, iniziai il sentiero.
Quello che mi colpiva maggiormente, era la forma rotondeggiante delle rocce. Erano appoggiate le une sulle altre in perfetto equilibrio, come delle enormi sfere cadute dal cielo. Ne avevo viste di simili anche  a Mwanza, sul lago Victoria.
Raggiunsi la cima in pochi minuti, poi sedetti a riposare e a guardare il panorama. Proprio ai piedi della montagna notai un cantiere, si vedevano delle ruspe e alcune piccole buche. Pensai all’estrazione di pietre preziose, ma più tardi seppi che si trattava della costruzione della casa di un politico.
Una volta sceso dalla mlima recuperai la bici per tornare in città, ma dopo pochi metri vidi un cartello che non lasciava alcun dubbio: Leone l’africano-pizzeria. Era il locale di un Italiano, così entrai subito.
La struttura sembrava di recente costruzione. C’era un bel giardino con un mini-golf e una sala ristorante semplice e accogliente. Mi sedetti ad un tavolo e ordinai una  margherita. Il locale era quasi vuoto, forse perchè in quel periodo non c’erano attività parlamentari e di conseguenza la città era semi deserta.
Dopo una breve attesa il cameriere portò la pizza...e anche i gestori del locale. Erano Nino e la moglie Giovanna, soci fondatori dell’associazione Kisedet, kigwe social economic development and training.
Nino e Giovanna vivevano in Tanzania da circa quindici anni, parlavano un perfetto kiswahili e conoscevano anche il dialetto della popolazione locale, i Wagogo. Mi fecero subito una bella impressione, erano persone semplici e si occupavano di progetti costruiti assieme agli africani. Nel frattempo altri italiani arrivarono al ristorante, ma non ebbi modo di conoscerli perché andarono a sedersi nella sala interna. Nino, rimase con me e parlammo un po’.- Eh si, bello girare il mondo, ma non sono più un ragazzino! Rientriamo in Italia ogni 2 anni circa, ma solo per fare un giro. Di tornare per adesso non se ne parla, anche perché mi sembra che la non sia facile trovare lavoro. E poi qui stiamo bene, abbiamo due bambini piccoli.  Ora abbiamo aperto questo locale, vediamo come va!
Finita la pizza, salutai Nino e Giovanna e ripresi a pedalare verso il centro.
Arrivato alla rotatoria pensai che era troppo presto per rientrare, così presi la strada che portava al Chuo Kikuu Cha Dodoma, l’università più importante della Tanzania. Si trovava su una collina appena fuori città, e dominava sul quel paesaggio fatto di capanne, deserto e terra rossa.
Una volta arrivato mi resi conto che non si trattava di un singolo edificio, ma di un grande campus universitario che si estendeva per centinaia di metri. C’erano diverse costruzioni, alcune ancora in fase di realizzazione. Quella era tutta opera degli amici preferiti della Tanzania: i cinesi! Guardarli mentre istruivano gli africani, attirò la mia attenzione al punto che, non andai a visitare l’università, rimasi a guardare la scena: il cinese seduto nel suv, dava indicazioni all’africano sulla ruspa. Ecco che la ruspa raccoglieva la terra e la depositava sulla banchina da sistemare. Poi il cinese scendeva dal suv e faceva un gesto circolare con la mano. Allora la ruspa tornava indietro, ripeteva l’operazione e sistemava il tratto successivo...
Dopo quella breve e attenta osservazione, girai la bici e tornai in città.
Erano quasi le sei e mezzo quando mi presentai per riconsegnare la bicicletta. Il negoziante provò a chiedermi un extra, ma alla fine si accontentò del prezzo pattuito. Prima di rientrare alla guest house mi fermai in un bar a bere una soda e a guardare la televisione. Trasmettevano la replica di un programma molto popolare e abbastanza stupido: maisha plaza.

2-Il cinema
Il giorno successivo, sempre in bici, avevo progammato di tornare sulla collina e finalmente visitare l’università.
Stavolta a fermarmi fu un piccolo incidente, cioè la foratura di una ruota.
Dei ragazzi che mi avevano visto arrivare si precipitarono per offrirsi di riparare la bici:- Mzungu, njoo! Unahitaji pancha pancha pancha...- cioè dicevano che avevo bisogno di una camera d’aria. Allora lasciai la bici a quei esperti di pancha, e andai a comprare da bere. Arrivato al negozio rimasi colpito dall’insegna curiosa: locandine di film, attaccate con il nastro adesivo... Quello non era un semplice negozio, era un cinema!
Sollevai una tendina sudicia e entrai in sala, facendo attenzione a non disturbare la proiezione in corso.
Il cinema era costituito da due telivisori, un piccolo e un grande, posizionati in due stanze diverse. Alcune panche sistemate alla buona, sul pavimento di terra rossa, facevano da platea. Per assistere ad una proiezione bisognava pagare 200tzsh.
Gli spettatori erano numerosi e stavano guardando un film di arti marziali (il genere preferito dei giovani tanzaniani), una voce fuori campo traduceva in kiswahili.
Ero arrivato proprio nel momento cruciale, il combattimento era giunto al termine e adesso il vincitore puntava la spada al collo dello sconfitto. Allora in sala cominciò una vivace discussione: lo sconfitto doveva essere ucciso oppure no? Alcuni ridevano e gridavano, altri protestavano dicendo che quelle chiacchere disturbavano la visione del film, ma improvvisamente...colpo di scena! L’uomo a terra tirò fuori un coltello dalla cintura e colpì a morte l’avversario.
Nessuno si aspettava quel finale a sorpresa.

3-La casa rossa
Poco distante dal cinema c’era un ragazzo che stava costruendo una casa, rossa come la terra circostante. Mi fermai e parlai un po’ con lui. Mi disse che nel giro di pochi giorni avrebbe finito: - La casa sarà pronta in una settimana. Dalla vendita ne ricaverò circa 350.000tzsh (150euro)Ne costruisco spesso, di case come queste; è il mio lavoro e mi piace-