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martedì

LE PANTERE DELL' AFRICA








Magere sorride amaramente mentre mi racconta quello che e` successo l`estate scorsa. “Avevo anche fondato un piccolo giornale! Guarda, ti faccio vedere una copia. Avevo scritto delle attivita` dell’UAACC e ci avevo messo delle foto. E anche uno spazio per raccogliere le opinioni degli studenti. E adesso? Tutto cancellato. Sono stato cacciato ingiustamente. E quando ho chiesto la possibilita`di avere un confronto mi e` stato consegnato un pezzettino di carta con su scritto -Non abbiamo bisogno di te. Vattene-”Ma facciamo un passo indietro. Stati Uniti, anni `60. Pete e Charlotte sono giovani militanti delle pantere nere. Sono anni difficili per i neri d`America, ma qualcosa si stà muovendo, il cambiamento e` vicino. Pero`per raggiungere quel cambiamento bisogna combattere. E più o meno tutti combattono in quei anni. Alcuni con gli scioperi e le manifestazioni, altri con le armi . E quando si usano le armi prima o poi succede un casino.
Pete O’Neal, divenuto ricercato dalle autorità americane per ragioni più o meno note, decide di espatriare assieme alla sua giovane fidanzata, Charlotte. Dopo un paio d`anni trascorsi in Algeria, nel 1972 i due arrivano nella Tanzania di Nyerere dove trovano protezione ed una vita nuova. Ma le radici si sa, non si possono tagliare. E loro non le vogliono tagliare anzi, mantengono i rapporti con alcuni rappresentanti delle pantere degli Stati Uniti e in poco tempo diventano un simbolo. I due martiri della lotta che hanno combattuto per la causa ed ora non possono più tornare indietro.
Pete in particolare, non potrà più tornare negli USA.
Le giovani pantere, con l`aiuto di alcuni vecchi amici, fondano l`UAACC, un centro che si ispira alle idee dei leader neri della storia Americana. Martin Luther King e Malcom X in prima fila, ma anche Bob Marley, Muhammad Ali ed altri ancora.
L`UAACC e` sostanzialmente una scuola destinata agli studenti provenienti dalle famiglie più povere che non possono permettersi le costose rette richieste dalle scuole africane. Vengono gratuitamente offerti corsi d`informatica, inglese, spagnolo, pittura, musica e altro.
Inoltre, sono molte le attività extrascolastiche offerte dal centro: incontri informativi sull`HIV, spettacoli di danza tribale e concerti .

Bevendo una soda faccio qualche domanda a Magere, sperando che mi aiuti a capire meglio il funzionamento dell` United African Alliance Community Center.

-Chi sono gli insegnanti che lavorano presso l` UAACC?
“Spesso si tratta di giovani diplomati che, in attesa di trovare un lavoro vero, mettono a disposizione le loro competenze. Oppure sono disoccupati che preferiscono utilizzare il loro tempo in modo costruttivo. Invece di restare a casa vanno al centro. Nessuno di loro riceve un regolare stipendio, lavorano come volontari, ma nel caso avessero bisogno di qualcosa basterebbe chiedere a Mama Charlotte. Le cose funzionano cosi`: se tua madre si ammala, chiedi a Mama Charlotte. Se vuoi iscrivere tua sorella al college e non hai soldi abbastanza, chiedi a Mama Charlotte. Se non hai cibo per la tua famiglia, chiedi a Mama Charlotte... E se sei Africano ti capitera` spesso di trovarti in situazioni simili; quindi avrai spesso bisogno di lei. E farai tutto quello che lei ti chiederà in cambio perché lei sarà sempre disponibile ad aiutarti in caso di necessità.”
Chi organizza le attivita`?“Mama Charlotte che si occupa di tutto all`interno del centro. Dagli orari delle lezioni alle spese di manutenzione della struttura. Pete invece, pur essendo il leader indiscusso, resta in ombra. Nessun studente o insegnante e` autorizzato a parlare con lui. Per qualsiasi problema bisogna chiedere al segretario che passerà la richiesta a Mama Charlotte che a sua volta valuterà se riferire o meno a Pete. E se Pete vorrà far sapere qualcosa a qualcuno non gli parlerà direttamente, ma gli farà pervenire un pezzettino di carta con scritte le sue indicazioni.”
Come sopravvive il centro?Almeno 2 volte l`anno Mama Charlotte si reca negli States. Incontra persone, raccoglie fondi da altre organizzazioni e promuove l`immagine dell`UAACC. E poi quando torna in Tanzania porta sempre qualcosa. Computer, strumenti musicali e libri di ogni genere. Tutte cose molto preziose per gli studenti.
Come mai sei stato cacciato?Sono stato accusato di aver picchiato una ragazza. Tutti sanno che non e` vero, ma ad accusarmi e` stata Wajabu, la figlia di Pete. Quindi, no way. Il problema e` che lei e` gelosa di me. Quando Mama Charlotte e`assente a causa dei suoi frequenti viaggi negli USA, Wajabu dirige il centro; non e` mai andata a scuola e non ha nessuna competenza; non sa ne` leggere ne` scrivere, cosa mai potrà dirigere? Sostanzialmente Wajabu non accetta che ci sia qualcuno che sa fare le cose meglio di lei. Per questo ha fatto in modo io che venissi sbattuto fuori.
E Pete, cosa dice?Oh, lui vive in un altro mondo. La settimana scorsa hanno rubato un portatile, ma lui non ha detto niente. Ha soltanto fatto un cenno di disapprovazione con la testa e poi se n`e` andato con il fuoristrada. Pete è il capo, tutti lo sanno, ma lui non s`interessa mai di come vanno cose. Ma se Wajabu gli chiede la luna, lui gliela porta. In realtà Wajabu non e`veramente sua figlia. Pete e Charlotte l`hanno adottata quando aveva 10 anni. Pete e Wajabu hanno un grande feeling, sono sempre sullo stesso binario, mentre Charlotte resta esclusa da questa alleanza. I problemi dell`UAACC nascono da questo conflitto”.


UAACC, il sogno fatto a pezzi da un triangolo vecchio come il mondo. La pantera tenuta al guinzaglio da una figliastra viziata. E un delirio di onnipotenza che non lascia spazio a molte discussioni. Gli ideali di lotta e uguaglianza trasformati in una sorta di piccolo regime. Ma l`Africa ha veramente bisogno delle pantere in fuga perenne? Difficile però esprimere un giudizio netto. E` anche vero che, l`UAACC con tutti i suoi difetti e segreti mai svelati, e`comunque una manna dal cielo per molti africani; la concreta possibilità di andare a scuola e di costruirsi un futuro; un mezzo di riscatto e anche un ponte con gli USA, visto che spesso studenti ed insegnanti americani vi trascorrono le vacanze estive.
Luci ed ombre quindi, attorno all`UAACC.
E ancora un volta l`Africa sembra subire l`azione di terzi. Dei dominatori prima, delle ONG dopo. Ed ora anche le pantere in fuga.




“Ma adesso ho un lavoro! Tutti i fine settimana suono con la mia band all`Empire T.T. vicino allo shoprite. RAAASTAMAAN! Guadagno bene e non devo rispondere a nessuno. E ho una ragazza. Lei e` bianca come te! Dice che un giorno mi porterà in America, a casa sua! Ma t`immagini? Andrò in America, in America!
Perche`vuoi andare proprio in America?Ma… non capisci? In America ci sono i SOLDI. Quelli veri intendo. I dollari sono i migliori soldi del mondo. Tutti lo sanno.
Un giorno io andrò la! E magari tu verrai a trovarmi nella mia casa sulla spiaggia di Miami! Certo che verrai eh, eh?
Si, certo...

mercoledì

UAACC

martedì

Lezioni di Kiswahili



Avevo già iniziato a parlare il kiswahili, ma in modo abbastanza scorretto, come spesso succede a quelli che studiano una lingua per conto proprio. Per questo avevo bisogno di un insegnante che mi aiutasse a sistemare la grammatica. In passato mi ero rivolto anche a Senguo, insegnante di informatica di Imbaseni S.U. ,ma avevamo dovuto interrompere quasi subito perché era troppo occupato con il lavoro.
La Katerina allora, mi aveva consigliato di chiedere agli insegnanti della scuola elementare che si trovava a pochi metri da casa mia. Parlai con un paio di persone e alla fine mi accordai con Amha, un maestro ben vestito e dai modi educati. Il suo aspetto e la sua gentilezza promettevano bene, ma dopo una settimana gli chiesi di interrompere. Non era affidabile negli orari...Così chiesi ancora alla Katerina -Non preoccuparti- mi rispose -Ho trovato un altro insegnante. Verrà domani- E infatti il giorno seguente il nuovo Mwalimu si presentò. Era una signora sui sessant’anni, ex insegnante elementare in pensione. Dopo una breve chiaccherata concordammo prezzi e orari, poi se ne andò. Mi era sembrata una persona seria e preparata, ma i problemi erano due:
1-Mi ero accorto di un leggero tremore che non l’abbandonava mai. Le mani e il volto in particolare. Ma non era alcolizzata... mi chiedevo che malattia avesse. Forse un inizio di Parkinson?
2-Abitava vicino al cratere di Ngurdoto, a due passi dall’Arusha National Park, cioè abbastanza distante da casa mia, più o meno un’ora di strada, e lei aveva deciso che le lezioni le avremmo fatte a Imbaseni.

Fin dai primi incontri mi resi conto che Florence era una brava insegnante. Conosceva il suo lavoro e si presentava in orario. Alla fine della lezione non mi chiedeva mai i soldi, aspettava finchè io glieli portavo sulla tavola. Poi se ne andava salutandomi con discrezione. Mi procurai altro materiale didattico, tra cui un libro di lettura della terza elementare, in modo da potere variare le nostre lezioni.
Florence mi raccontò di essere stata allieva di alcuni insegnanti inglesi, verso la fine degli anni del colonialismo britannico. Poi, nel 1964 era diventata ufficialmente insegnante elementare, all’età di diciassette anni, dovendo fronteggiare tutti gli inconvenienti dell’epoca: -Non avevamo classi omogenee, ma soltanto gruppi di ragazzi che volevano o dovevano per forza studiare. Alcuni erano anche più grandi di me, ed erano molto indisciplinati. Non era facile, ma quello era il mio lavoro, insegnare era il mio dovere. In quei anni abitavo a Mwika, nella regione del Kilimanjaro. Era li che c’erano le scuole e gli insegnanti migliori. Furono anni duri, ma nello stesso tempo i migliori della mia vita. Nyerere, il nostro presidente, rese la scuola la priorità della nazione. Di conseguenza noi insegnanti, fummo valorizzati molto, e lo siamo tuttora.
Rimanevo colpito dai racconti dell’insegnante perchè dimostrava sempre una certa apertura mentale. Quell’anziana signora non era mai uscita dalla Tanzania, ma sembrava che conoscesse il mondo e le persone.

Un giorno, mentre tornavo da Usa River, incontrai un uomo. Si fermò in mezzo alla strada e mi disse:- Ehi mzungu, stai attento a quella vecchia, è una strega!- Li per li non mi scomposi più di tanto, ma il giorno successivo alcuni lavoratori di Imbaseni mi si avvicinarono dicendo cose del tipo:- E’ già arrivata la strega? Ma chi te l’ha mandata questa? Fai attenzione perché ho sentito dire cose strane sul suo conto…-Allora andai dalla Katerina e chiesi spiegazioni. Lei si fece una gran risata, poi mi disse che effettivamente la gente credeva che Florence fosse una strega, una mchawi: -Ma tu non preoccuparti, non ti succederà nulla, tu sei bianco- Entrai in casa e mi sedetti nel divanetto, avevo bisogno di fare il quadro della situazione.
Da quello che avevo osservato, Florence non era la tipica donna africana, ma un personaggio fuori dagli schemi.
1- Aveva lasciato suo marito
2- Pur essendo povera, sembrava economicamente indipendente
3- Aveva un livello di istruzione superiore alla maggioranza delle persone della sua nazione
4- Parlava kiswahili, kichagga, kimeru e inglese
5- Aveva uno strano tremore del quale nessuno sapeva la causa
6- Si frequentava con un bianco (cioè io) e ci guadagnava pure

Non occorreva quindi un genio per capire che agli occhi della popolazione locale, Florence poteva apparire come una persona molto strana, oppure…una strega!
Per coincidenza (ma in Africa le coincidenze mi hanno assicurato che non esistono) in quel momento un’automobile passava dietro casa mia. Una voce potente usciva dal microfono fissato sul cassone della vettura:“Da domani fino a domenica ci incontreremo nel grande campo da calcio a pregare. Tutti i pomeriggi, dalle tre alle sei. Siete tutti invitati, portate i vostri bambini, gli anziani e soprattutto i malati. Chiederemo a Dio di sconfiggere Satana! Di cacciare tutti i wachawi, sono loro la causa del nostro male, i servitori del demonio…Ripetete con me VATTENE SATANA, VATTENEEEEEEE! ESCI, ESCI, ESCI, ESCI……”
Ritenevo terribile quella voce e quell’urlante modo di parlare. Sapevo che prima di esprimere giudizi affrettati bisognava tenere presente gli elementi del costume locale, ma quelle grida forsennate mi sembravano la parte peggiore di una società ancora poco istruita e vittima del predicatore di turno.
Ero triste nel vedere che per qualcuno la religione non era ricerca spirituale, ma un occasione per plagiare le menti deboli e guadagnare denaro. Ma tutto questo faceva parte del gioco, l’Africa che avevo conosciuto era anche questa.
Passata la macchina urlante, tornai al problema di Florence.
Ne parlai anche con altre persone e nessuno mi mise seriamente in guardia, così decisi che nulla sarebbe cambiato, per il momento avrei continuato a prendere lezioni senza problemi. Anzi, feci di più. Un giorno Florence m’invitò a casa sua, ed io naturalmente accettai.

Partimmo da Imbaseni dopo la lezione, in una giornata limpida e ventosa.  Quella mattina avevamo letto un brano tratto dal mio libro di lettura:
Era la storia di un cacciatore che, trasportando una preda uccisa con la propria lancia, sulla via del ritorno aveva incontrato un vecchio. Il cacciatore aveva chiesto al vecchio di prestargli il coltello, in modo da poter squartare l’animale e renderne così più facile il trasporto. Il vecchio aveva estratto il coltello ed era stato gentile, ma la sua cortesia non era stata ripagata.
A lavoro finito il cacciatore se ne era andato senza lasciarli nemmeno un piccolo pezzo di carne.
Giunto a casa il cacciatore salutò la moglie e i figli, orgoglioso del cibo che aveva portato loro. Ma da quel momento iniziò a sentire una voce che non lo avrebbe più lasciato.
Quella voce era diventata un tormento al punto che il cacciatore credette d’impazzire! Continuava a sentirla a tutte le ore, anche di notte!
Così, stremato e pieno di terrore, decise di parlarne a sua moglie. Le raccontò del vecchio incontrato nella foresta, del coltello e del favore non ricambiato. La moglie, dopo aver ascoltato attentamente gli disse: -Torna nella foresta e trova il vecchio, portagli questo miele in segno di amicizia e chiedigli perdono- Il cacciatore partì immediatamente e, dopo due giorni, ritrovò il vecchio nello stesso punto in cui l’aveva lasciato. Se ne stava seduto, come quel giorno. Sembrava quasi che lo stesse aspettando. Con molta calma alzò la testa e aspettò che fosse il cacciatore a fare il primo passo.
E così fu:
-Perdonami Mzee (espressione di rispetto per rivolgersi ad un anziano), ho sbagliato! Sono stato egoista, ma non posso vivere con questo peso sulla coscienza. Ti prego, perdonami! Accetta questo miele come dono da parte della mia famiglia.
Il vecchio prese il miele e disse: ti ringrazio cacciatore, da questo momento siamo diventati amici, va in pace.
E fu così che il cacciatore tornò alla sua dimora, la voce che lo tormentava svanì, e la vita riprese nella normalità.
Un giorno però il figlio maggiore si rivolse al padre:- Ma quella voce, che cosa ti diceva? Dimmi padre, voglio sapere!-
-Figlio mio, quella voce diceva… utanikumbuka! (ti ricorderai di me)
Tutte le storie contenute nel mio libro erano così.
A volte, un semplice libro di lettura per studenti può contenere elementi preziosi per capire la vita e la storia di un popolo. Forse bisognerebbe partire da li per comprendere le altre culture, le genti di altri continenti, e lasciare temporaneamente da parte i grandi libri di saggistica sull’integrazione e l’antropologia.

Ma torniamo alla storia della strega.
Ricordo che durante il tragitto incrociavo sguardi curiosi, occhi che si scostavano dalle finestre, porte che si aprivano senza che poi apparisse nessuno, ma non ero preoccupato, anzi avevo un atteggiamento quasi di sfida. Dentro di me pensavo: Ah Ah! Guardate gente. Oggi vado a pranzo con la Strega! Si si, proprio la STREGA! Venite a vedere...
Ma sapevo anche che dovevo stare attento e non sottovalutare la situazione. I Wachawi esistevano davvero e in Tanzania costituivano un problema reale. Le loro storie riempivano i giornali di cronaca nera. Di solito non si sporcavano le mani direttamente, preferivano commissionare omicidi in modo da procurarsi cadaveri da sezionare, con l’obbiettivo di fabbricare e vendere pozioni miracolose. Le cronache dicevano che le vittime preferite erano gli albinos, persone innaturalmente bianche, ma con tratti africani al cento per cento. Per loro la parola wachawi significava orrore, morte e segregazione.

Verso le due del pomeriggio arrivammo a destinazione. Entrai in casa di Florence e non notai nulla di strano. Appeso al muro c’era un poster del papa e la casa era molto semplice. Mi sentivo tranquillo e non avvertivo situazioni di pericolo imminente.
Mangiai due pannocchie arrostite, bevvi il the e parlai con un ragazzino che nel frattempo si era intrufolato in casa; me ne stetti tranquillo nel comodo divano. Tutto era normale e quando fu l’ora me ne andai.
Quando tornai ad Imbaseni trovai i lavoratori seduti sulle scale dell’ufficio principale. Mancava l’elettricità e così alcuni di loro si erano fermati a chiacchierare. Inizialmente nessuno mi chiese nulla, ma sapevo che tutti morivano dalla curiosità di sapere com’era andata, che cosa avevo fatto e cosa avessi visto. Così per divertirmi un po’ assunsi un atteggiamento da folle e cercando di mimare la scena dissi: -ed ad un certo punto quella strega si avvicinò con il coltello e cercò di tagliarmi una mano! Si Si! Vi dico che è così! Ne conserva molte di mani mozzate dentro quella casa!! Le ho viste con i miei occhi…Di fronte a quella ridicola sceneggiata risero tutti, poi tornò l’elettricità e non ci furono altri discorsi, ognuno tornò al proprio lavoro. Io invece andai dritto dalla Katerina, la persona che consideravo l’origine del problema. -Ehi tu, senti un po’, ma con tutti gli insegnanti che conoscevi proprio una strega dovevi portarmi? Non è che l’hai fatto apposta per divertirti alle mie spalle? Hai visto che casino hai combinato? Io non credo che l’insegnante sia una strega, ma la maggioranza della gente sì.
-No, no, scusami tanto. Non volevo crearti problemi, ma non preoccuparti, tu non avrai mai problemi con lei...
Non capivo bene il significato di quell’affermazione, ma sapevo che non dovevo indagare troppo. Avevo visto che spesso in Africa le credenze popolari, la religione e la stregoneria si mescolavano diventando una cosa unica, un po’ folkloristica, ma anche molto pericolosa.    
Perciò decisi di continuare le lezioni, senza preoccuparmi delle chiacchiere della gente.
Finchè un giorno…Florence non si presentò più.
Pensai ad un problema di salute, così provai a chiamarla al cellulare.

Il numero però risultava inesistente...



sabato

Wanyama







Appunti dal quaderno di kiswahili 1


Kuhusu-about
Chama cha siasa-partito politico
Kiri-accettare
Juhudi-sforzo, impegno
Makusudi-proposito
Mkakati-impegno
Shiriki-partecipare,collaborare
Imani-aver fiducia, aver fede
Epusha-evitare
ruhusa-permesso
pakua-servire cibo, togliere, scaricare
kwa ajili gani- per quale motivo

Esempi:
Tunazungunza kuhusu mambo mbalimbali
Chadema na ccm ni vyama vya siasa
Viongozi wetu wanakiri wanahitaji saada ili ku pata maendeleo mazuri
Wanafunzi wangu wanasoma na juhudi
Makusudi yao ni kujenga nyumba nyngi
Ili ku pata viongozi wa taifa wema, heri ku shiriki vikao vyote
Ili ku pata afya bora, heri ku epusha pombe
Nimenunua kalaam hii kwa ajili ya kuandika vizuri zaidi

alfajiri-alba
magharibi-tramonto
Mwana wa simba ni simba-il figlio del leone è un leone
Hasira ni hasara-l’ira è perdita
Maneno tu hayajazi chungu-le parole da sole non riempiono la pentola
Penye nia ipo njia-dove c’è volontà c’è la strada
Alioko juu, mngoje chini-chi si trova in alto aspettalo in basso
Usinunue viatu usivyopima-non comprare scarpe che non hai misurato

Hivyo ndivyo ulivyo sema-that is what you said
Fanya vyovyote upendavyo- do as you please
Mambo yako hivyo ulivyo sikia-things are as you have hear

martedì

Storia del permesso di soggiorno


Conoscevo abbastanza bene Dar Es Salaam perchè ogni volta che andavo da qualche parte alla fine passavo di li. Il punto d’incontro delle strade asfaltate più importanti e la stazione ferroviaria dalla quale si diramano le linee Tazara e  Central line, facevano di Dar la città più importante della nazione.
Ma questa volta non stavo gironzolando a caso o pensando di prendere un autobus e partire per chissà dove, avevo un obiettivo preciso: ottenere un permesso di soggiorno che sarebbe stato valido per due anni e che mi avrebbe consentito di continuare la mia attività presso la scuola di Imbaseni.
Anche ad Arusha avevo fatto l’esperienza dell’ufficio immigrazione, quindi sapevo che non sarebbe stato facile e che l’operazione avrebbe richiesto fatica e molti giorni.
Così non persi tempo, il mattino successivo al mio arrivo in città, mi recai in un stationery e fotocopiai tutti i documenti da presentare:
-modulo di richiesta del permesso
-curriculum vitae
-fotocopia dei titoli di studio
-fotocopia del passaporto
-T.I.N. e Memorandum delle attività della scuola
-Lettera firmata dal responsabile dove si motivava la ragione per cui la mia          presenza era richiesta
-centoventi dollari americani per le tasse

Guardavo e riguardavo le mie preziose carte e controllavo che tutto fosse in ordine. Sapevo che la giornata non sarebbe stata facile e che avrei avuto a che fare con persone potenzialmente pericolose.
Entrai nell’ufficio immigrazione di Dar es Salaam verso le otto, e mi dissi quello era uno dei peggiori posti di tutta la Tanzania. Anche se era presto e non c’era quasi nessuno, mi toccò aspettare per un’ora. Poi, quando una guardia mi fece un cenno con il braccio, mi alzai e andai allo sportello. Un uomo in divisa militare mi aspettava, prese in malo modo le mie carte e le esaminò con sprezzo. Poi, senza nemmeno guardarmi in faccia mi disse di tornare a sedermi e aspettare.
Non importa, pensai, certo che aspetto. Le carte sono apposto, tutto regolare. Qui ci sono i soldi, il passaporto, le fotocopie...Aspetto.
Per ammazzare il tempo iniziai a leggere un giornale che mi ero portato da casa, Daily news, il mio preferito.
In prima pagina c’era un trafiletto che parlava della Somalia. Diceva che a Mogadiscio esisteva una piccola comunità di zanzibarini  perennemente soggetta alle angherie dei somali. Mi chiedevo come mai da Zanzibar quelle persone fossero andate in Somalia, teatro di guerre da molti anni...ma non potei continuare a leggere il seguito dell’articolo perché nel frattempo un tizio si era seduto al mio fianco dicendo -Italiano? Allora, come stare?-
Chiaro che il tizio aveva letto la copertina del mio passaporto e adesso voleva fare conversazione con me. Anche perchè si ricordava un po’ di italiano. Anzi, lo parlava bene:
-Ho vissuto in Italia per due anni. Stavo a  Napoli, e mi piaceva così così...  Avevo tanti amici, ma il problema era il lavoro. Così ogni giorno io fare un po’ di questo e un po’ di quello. Vuoi sapere come mi hanno trattato gli italiani? No male no male. Ah beh, io noo problema. Solo che stipendio era sempre più basso di italiani. Lavoro uguale, ma soldi diversi. Eh si, napoletani fuurbi. Poi un giorno io  trasferito a Milano.  In quella città ci sono troooppi soldi! Io un giorno voglio tornare a Milano…

Ma all’improvviso venne ancora il mio turno. Scattai dalla sedia sentendo pronunciare il mio nome e mi precipitai allo sportello.
-Alexandro?
-Si, Alessandro
-La sua richiesta è stata rifiutata
-Come rifiutata?
-C’è un errore nelle sue carte!- Quello alzò la voce.
-No, non è possibile -obiettai-mi faccia vedere dove-
-Ecco qua! Guardi, in tutta la sua documentazione c’è scritto Scripture Union, ma qui, nel suo permesso precedente c’è scritto Scripture Union Mission! Rifiuto, rifiuto…non mi faccia perdere tempo, se ne vada o la farò espellere dal paese!

Provai ancora a parlare con l’uomo-soldato, ma ottenni l’effetto contrario. Quello chiuse lo sportello e si mise ad inzuppare nel latte una fetta di pane spalmata col burro, sbrodolando i documenti circostanti. Restai fermo con gli occhi sbarrati, allibito da quel comportamento. Avevo fatto seicento km per il permesso di soggiorno e ora l’uomo-soldato mi liquidava in quel modo.
Il problema era serio, senza permesso di soggiorno non potevo rimanere in Tanzania.

Allora ricontrollai le mie carte e mi accorsi che effettivamente l’uomo-soldato aveva ragione. L’imperfezione c’era ed era stata opera di un altro uomo-soldato di Arusha che aveva compilato il mio visto precedente. Ma in ogni caso non mi sembrava una ragione valida per non accogliere la mia domanda perchè non stavamo parlando di un rinnovo, ma di una richiesta completamente nuova.
Tornai a sedere e cercai di farmi venire un’idea; sudavo e stropicciavo le mie preziose fotocopie.
Non sapevo cosa fare, ero nelle mani di un uomo-soldato che adesso si stava leccando le dita.
Quella situazione mi faceva pensare al cartone animato Le 12 fatiche di Asterix, quando Asterix e Obelix si trovano dentro la casa dei folli e devono riuscire a farsi dare il lasciapassare A38. Ma come avevano fatto a superare quella prova, mi chiedevo guardando il soffitto...
Per rilassarmi allora, pensai di leggere il giornale, volevo sapere di quei zanzibarini a Mogadiscio, mi sembrava una storia interessante...ma niente da fare. Il tizio che amava Milano e si lamentava degli stipendi...mi aveva fregato il giornale!
Senza dubbio la giornata non era cominciata bene.

Poi, un altro tizio venne a sedersi accanto a me.
-Ehi man, how is it?- 
Quell’uomo si chiamava Patrick, e lavorava per una grossa NGO americana. Il suo lavoro consisteva nell’assistere i colleghi in quella giungla di nullafacenti, al fine di ottenere i vari permessi di soggiorno, visti lavorativi e altri documenti. Sapeva come funzionavano le cose e aveva appena visto la mia performance allo sportello.
Si avvicinò ulteriormente e mi disse: -Adesso ti spiego come dobbiamo fare-
Il fatto che parlasse al plurale mi sorprendeva e mi dava speranza, forse quel Patrick era la mia soluzione.
Con fare da veterano, mi disse che in quell’ufficio per ottenere qualcosa bisognava “oliare gli ingranaggi giusti” cioè offrire una bustarella. Niente bustarella, niente documenti. Un ragionamento che mi faceva vomitare, ma il permesso di soggiorno era troppo importante, così seguii attentamente le istruzioni di Patrick. Mi disse che dovevamo parlare con Grace, una graziosa impiegata che in cambio di un piccolo regalo mi avrebbe aiutato.
-Ma quanto dovrò sborsare?- Chiesi preoccupato
-Oh, non preoccuparti, diecimila tzsh saranno sufficienti, l’importante è essere gentili-
La pragmaticità di quell’americano mi rassicurava e faceva ben sperare.

Dopo due ore di attesa snervante ci incontrammo con questa Grace, una donna elegante e carina che mi sembrava fosse in cerca di compagnia, più che di bustarelle. Ricordando le istruzioni dell’americano, feci del mio meglio. Parlai a Grace sempre in Kiswahili, (questo impressionò  Patrick che non ne sapeva manco una parola), facendole complimenti, invitandola a visitare la scuola di Imbaseni e chiedendole di accettare un piccolo regalo, per ringraziarla del prezioso aiuto che (in teoria) mi avrebbe dato. Una banconota da dieci passò rapidissima dalle mie mani alle sue. Uno scambio di falsi sorrisi e il gioco era fatto. Grace tornò nel suo ufficio, esaminò la mia richiesta e dopo pochi minuti tornò sorridente: - Tutto apposto, torna tra venti giorni. Il tuo permesso sarà pronto, ricordati di portare la ricevuta e i dollari americani. E telefonami, se resti in città-
Patrick, che era rimasto al mio fianco per tutto il tempo, volle però strafare.
Sei proprio brava Grace, aiuti sempre i miei amici. Vorrei farti un regalo, posso offrirti qualcosa? Che cosa preferisci, una tazza di the con dei dolcetti ?
E lei: Si, in effetti ti ho aiutato molte volte e sarà un piacere continuare a farlo. Però vorrei un regalo, comprami un computer portatile!
Mi misi una mano sulla bocca per non ridere. Quell’americano aveva fatto il passo più lungo della gamba e si era appena messo in un pasticcio. Quindi levai le ancore, e per educazione presi il numero di Patrick al quale dovevo un favore (gli avrei offerto un caffè, il giorno seguente). Presi anche il numero di Grace, e finalmente uscii da quell’orrendo edificio.
Soddisfatto e quasi trionfante, mi recai al bancomat della barclays, in Ohio street. Volevo prelevare dei soldi e andarmene al mare a oziare e distrarmi. Ma la mia carta di credito, dopo essere entrata nello sportello, non tornò più indietro.
Questa però è un’altra storia...

mercoledì

CHAKULA


Ndizi nyama: banane, carne e qualche verdura.